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Intervista ad Alessandra ed Elisabetta Umiliani - Pubblicazione del CD OST Quando la coppia scoppia

18/09/2019

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Intervista ad Alessandra ed Elisabetta Umiliani - Pubblicazione del CD OST Quando la coppia scoppia
Intervista ad Alessandra ed Elisabetta Umiliani - Pubblicazione del CD OST Quando la coppia scoppia

Che rapporto aveva Piero Umiliani con la commedia all'italiana? Che ricordi avete di vostro padre, dopo i film di spionaggio e i mondo movie, alle prese con un filone non meno prolifico?

A: La commedia all'italiana era molto in voga a metà degli anni Settanta e papà non solo ha seguito la sua evoluzione come addetto ai lavori ma, spesso, ha stretto lunghi legami d'amicizia con alcuni dei registi, è il caso, ad esempio, di Giorgio Capitani e Nando Cicero. E, con il primo, aveva iniziato, addirittura, musicando un peplum in chiave umoristica quale “Ercole, Sansone, Maciste E Ursus, Gli Invincibili” (1964). La scrittura di musiche per le commedie all'italiana era, innanzitutto, un lavoro e, forse, anche un divertimento. Se papà avesse deciso di prestare le sue note per i film che gli piacevano davvero, che rispecchiavano il suo gusto personale come “I Soliti Ignoti” (1958), avrebbe realizzato poche colonne sonore. Papà amava il jazz ed era consapevole che non c'era la possibilità di sovrapporre una partitura di quel genere alle immagini di ogni pellicola di allora.

“Quando La Coppia Scoppia” annovera tra gli interpreti Enrico Montesano, spesso protagonista delle commedie proprio di Giorgio Capitani. Era anche tra gli attori preferiti dal maestro?

E: Sì, gli piaceva moltissimo, a volte, durante le riprese dei film di Giorgio Capitani, ci recavamo sul set. Papà stimava anche Jonny Dorelli, poi accompagnato dalle sue musiche in “Bollenti Spiriti” (1981), e Aldo Maccione, un altro attore tra i protagonisti de “La Pupa Del Gangster” (1975) e “Bruciati Da Cocente Passione” (1976), entrambi diretti da Capitani. A papà piacevano film leggeri.

A: Papà era sì un uomo di un'altra generazione, ma si trovava davvero a suo agio nell'ambito della commedia perché, da sempre, amava ridere, scherzare, prendere tutto poco sul serio. Era solito fare battute con gli addetti ai lavori e, non a caso, è 'famosa' quella che riservò a un regista che gli chiedeva di 'salvargli il film con la sua colonna sonora'. Il maestro, laconico, rispose che poteva realizzargli buona musica e nulla più. Aveva sempre un rapporto diretto con i suoi interlocutori.

E: La commedia all'italiana ha creato un seguito di svariati titoli 'da cassetta', come quelli di Nando Cicero, e gli stessi garantivano un riscontro economico a nostro padre che, se avesse fatto il duro, non sarebbe riuscito a mantenere la famiglia. A papà piaceva vivere in un certo modo, tra viaggi e altre piccole soddisfazioni, perciò badava anche alle dimensioni della 'pagnotta' da portare a casa.

Anche Nando Cicero è stato tra i fautori della commedi all'italiana che, con le musiche di Piero Umiliani, ha firmato un poker di titoli segnati dalla splendida Edwige Fenech quali “L'Insegnante (1975), “La Dottoressa Del Distretto Militare” (1976), “La Soldatessa Alla Visita Militare” (1977) e “La Soldatessa Alle Grandi Manovre” (1978). Era concesso vedere pellicole di questo tipo?

E: Ho frequentato un istituto religioso da bambina. Non vedevo quei film, ero piccola. Di sicuro, però, ne leggevo i copioni che circolavano in casa e riscontravo la presenza di certe scene. A lavori ultimati, mia nonna era, poi, solita strappare le pagine dei copioni e utilizzarne il retro come fogli bianchi su cui appuntava la lista della spesa. Conserviamo sia i copioni integri che quelli 'riciclati'!

A: All'epoca, inoltre, o si andava alla prima con papà o restavamo a casa. I film diretti da Giorgio Capitani li abbiamo visti al cinema, quelli di Nando Cicero proprio no. Quest'ultimo era, però, un altro grande amico di papà, oltre che un assiduo frequentatore del nostro salotto. Una 'particolare' passione li legava oltre il cinema: il tiro al bersaglio. Ecco perché si presentava 'armato' di pistola.

E: Quando eravamo alla casa in campagna, si divertivano così, mettendo in piedi vere e proprie piramidi di lattine da colpire. Non c'era, però, solo il tiro a segno. Papà aveva una pistola anche per un altro motivo, lontano dal gioco: erano gli 'anni di piombo', temeva per la nostra incolumità e, a seguito di un rapimento di un ragazzo che abitava vicino la stessa casa in campagna, decise di prendere un regolare porto d'armi. Naturalmente, papà era pronto a scherzare persino con la pistola: a volte, la nascondeva nella borsetta di nostra madre che, magari al cinema, la apriva all'improvviso e si spaventava per il suo contenuto, chiedendogli, senza successo, di non lasciarla lì di nuovo.

Avete letto i copioni anche di “Eva Nera (1970) e “Follie Di Notte” (1970) di Joe D'Amato?

A: No, questi proprio no! Eravamo ancora piccole e, forse, non avrebbe lasciato copioni di film erotici alla nostra portata. Abbiamo, invece, letto quelli relativi alle pellicole di Luigi Scattini. E, ovviamente, visto i lavori di Giorgio Capitani, che è stato anche il mio padrino di battesimo.

E: Ricordo, tuttavia, che papà commentava certe fotografie di scena con protagonista Zeudi Araya, la protagonista del trittico di Luigi Scattini “La Ragazza Dalla Pelle Di Luna” (1972), “La Ragazza Fuoristrada” (1973) e “Il Corpo” (1974), immortalata nuda tra spiagge e altre località esotiche.

Piero Umiliani amava scherzare, la commedia all'italiana lo divertiva e costituiva un'opportunità lavorativa, ma come affrontò il passaggio da un cinema 'impegnato' a quello più leggero?

A: In termini di gusto, non credo che fosse particolarmente contento di un simile avvicendamento.

E: Nostro padre ha vissuto quel periodo di 'passaggio', da collocare tra l'inizio degli anni Sessanta e la metà dei Settanta, non solo in termini cinematografici o, magari, di gusto personale. Ha progressivamente assistito alla diminuzione della domanda di commenti musicali a lui commissionati. Tale situazione fu determinata dal lancio della Liuto Edizioni Musicali che, a distanza di anni, conserva in catalogo buona parte del repertorio di papà, tra colonne sonore cinematografiche, musiche per documentari, sigle televisive, album jazz e sincronizzazioni. Papà, tra l'altro, fu avvertito che la presenza delle proprie edizioni musicali avrebbe potuto costituire un impedimento per alcuni produttori nel lavorare con lui. Da una parte, significava dedicarsi maggiormente alle 'sue' sonorizzazioni, essere più creativo e, soprattutto, indipendente attraverso le varie etichette che aveva avviato, cioè Omicron, Liuto Records e Sound Work Shop. Dall'altra parte, comporre per il cinema equivaleva ad accettare i lavori più disparati, talvolta lontani dai propri interessi. Erano film da cassetta di registi amici e, quindi, tutto era più facile. La critica si esprimeva, di frequente, in modo negativo in merito a quei prodotti e, paradossalmente, in modo positivo a favore degli score di papà, che era ritenuto 'sprecato' per quel settore. Lui si è sempre giustificato ribadendo che la musica era quella, a prescindere dalla bellezza della pellicola di turno.

A: Papà era un professionista. La presenza della Liuto Edizioni Musicali coincideva con un guadagno diverso rispetto a quello derivante dai contratti, ad esempio, con la C.A.M o la RCA.

La carriera 'cinematografica' del maestro è, infatti, suddivisibile in due periodi, il primo più intenso, tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Settanta, con numerosi lavori all'attivo per l'intero cinema di genere, e un secondo focalizzato, non a caso, sulla commedia all'italiana.

E: C'è un aneddoto in merito. Papà era dispiaciuto che, nonostante il successo de “I Soliti Ignoti” e la colonna sonora jazz acclamata da tutti, Mario Monicelli non l'avesse più chiamato per una nuova collaborazione. Il regista lo incontrò svariati anni dopo e gli confessò che, ripensandoci, aveva commesso un errore nel non avvalersi più delle sue musiche. Papà era cosciente che certi film per i quali componeva musica non erano di qualità elevata, ma non rinunciava mai a lavorare.

È bene rimarcare, però, che il disporre delle proprie edizioni musicali e, di concerto, il gestire le proprie etichette ha permesso a vostro padre anche di vivere davvero di musica, senza interferenze.

A: Sì, papà ha potuto così esprimere la sua creatività al meglio ed essere l'unico proprietario della stessa. Una scelta, forse, anche rischiosa, specie se considerato il seguente periodo di lavori 'centellinati'. In molti gli suggerirono di evitare di mettersi in proprio, ma aveva fatto la sua scelta.

La discografia per la settima arte di Piero Umiliani conta circa centosessanta score per le pellicole più disparate. L'attività da compositore fu interrotta, purtroppo, dall'improvvisa malattia nel 1984.

E: L'ictus è stato un momento di cesura. Avrebbe potuto musicare, ad esempio, i film successivi di Giorgio Capitani, da sempre scaramantico e disposto a lavorare con il medesimo team, i suoi prodotti per la televisione, penso a “Il Maresciallo Rocca” (1996-2008), così come documentari e altri audiovisivi. Papà aveva solo cinquantasette anni quando si ammalò: la sua carriera sarebbe potuto essere più lunga. Non è stato facile affrontare la depressione che derivava dal suo status ma, dal punto di vista della salute, il suo recupero fu progressivo e, nonostante l'interruzione della sua prolifica attività, ha potuto assistere con piacere alla riscoperta dei suoi album più celebri da parte di Rocco Pandiani tramite la Right Tempo e l'inserimento degli stessi nelle compilation Easy Tempo.

A: Papà aveva avuto i suoi alti e bassi caratteriali, come ogni artista, e viaggiare molto, spesso per lavoro, lo aiutava a distarsi, era terapeutico. Se durante un certo periodo non aveva nulla da fare, diventava 'pericoloso' averlo a casa! La depressione derivante dall'ictus fu, però, nettamente diversa.

Prima dell'ictus, il maestro era intenzionato a organizzare un tour di concerti che, a distanza di anni da alcune esperienze giovanili, come i sei mesi trascorsi in Norvegia, riallacciassero il suo rapporto non solo con il jazz, per proporre dal vivo anche brani tratti dalle sue colonne sonore.

E: Ecco una delle idee 'pericolose' di papà!

A: L'obiettivo non era solo quello di fare un tour in Italia, ma nel mondo intero, a bordo di un autobus che era disposto ad acquistare di suo pugno. Il sogno era viaggiare ed esibirsi con una band.

E: Ed è ovvio che la sottoscritta, in qualità di figlia maggiore, mi esprima in questo modo. Questa sua iniziativa appariva un po' sopra le righe a noi membri della famiglia. C'è ancora il commercialista che, talvolta, ci ricorda di quel suo slancio organizzativo non andato a buon fine. Già allora gli ricordavamo che aveva superato i cinquant'anni, ci sembrava 'vecchio', lo prendevamo in giro. Ci mancavano solo le groupie a seguito! Oggi è diverso, si è ancora 'giovani' a quell'età. Papà, invece, voleva disperatamente ritrovare le sue origini, sognava spesso di suonare a fianco di una grande orchestra in Europa, di spostarsi di città in città e via dicendo. Ciò lo rendeva un po' come quel bambino che vuole la Luna ma non sa come raggiungerla e, soprattutto, evidenziava la sua autentica vena di artista, che non considerava affatto tutta una serie di dettagli, non solo pratici.

La colonna sonora di “Quando La Coppia Scoppia” è stata scritta al termine della 'bolla' della disco music, giunta in Italia in scia a un film come “La Febbre Del Sabato Sera” (1977), uno stile che ha affascinato anche il maestro, al punto da 'dedicargli' anche un'omonima sonorizzazione.

E: Ogni tanto ci 'toccavano' dei pomeriggi con papà. Il suo voler uscire con noi era, spesso, un semplice pretesto per andare alla Consorti di viale Giulio Cesare, dove c'è oggi LaFeltrinelli. Il tutto si concludeva con noi, poco dopo, sedute sulle sue scale e papà ad ascoltare dischi. Per ore intere. Non ne aveva una grande collezione ma, di certo, è sempre stato un appassionato di jazz, quindi, il suo 'avvicinarsi' alla disco music era un riflesso di quei tempi, ne subiva l'influenza in maniera indiretta. “Oxygène” (1976) di Jean-Michel Jarre, ad esempio, lo ascoltava in loop. Apprezzava anche Stevie Wonder. E lo stesso “La Febbre Del Sabato Sera” gli piacque moltissimo, andammo insieme a vederlo al cinema. Papà amava anche i grandi musical come “Hair” (1967) o “Jesus Christ Superstar” (1970) e, quando eravamo a New York, frequentavamo i teatri di Broadway, spendendo un patrimonio. Qualsiasi musical in programma poteva interessargli. E papà, poi, era come una 'spugna', non prendeva appunti ma, letteralmente, assorbiva tutti i suoni che lo colpivano.

L'inizio degli anni Ottanta coincide anche con un periodo prolifico per il maestro, che finalizza le sue ultime e più disparate sonorizzazioni, cioè “Il Pianino Del Cinema Muto” (1980), “Paesaggi” (1980), “Fascismo E Dintorni” (1981), “Aria Di Paese” (1981), “Double Face” (1981), “Suspence Elettronica” (1982), “Luna Park” (1982) e “Medioevo E Rinascimento” (1982).

E: Papà era solito diversificare molto la gamma di dischi realizzati che, dopo averli stampati in pochissime copie, li avrebbe sottoposti all'attenzione degli addetti ai lavori della televisione.

A: A volte, era nostro compito imbustarli e, in altre occasioni, ne coloravamo le copertine.

E: Quella di “Paesaggi”, ad esempio, è un mio album da colorare. Un'altra sua passione erano i libri fotografici, di design, che amava sfogliare e acquistare in libreria, libri da cui prendeva ispirazione.

A: La copertina di “The Folk Group” (1974) prende in 'prestito' un'immagine dei Rolling Stones e, per ovvi motivi di diritti, è stata sostituita da un'altra in occasione della ristampa via Schema (2016).

E: “The Folk Group” è stato uno dei suoi lavori preferiti.

A: Era anche orgoglioso della collaborazione con Chet Baker, come nel caso dello score di “Smog” (1962) e di dischi jazz e funk quali “To-Day's Sound” (1973) e “L'Uomo E La Città” (1976).

Dischi che, nella maggioranza dei casi, erano interamente registrati presso il Sound Work Shop.

E: Papà era così prolifico perché, di giorno, registrava musiche per il cinema con l'orchestra e, di notte, si divertiva con i suoi sintetizzatori. In studio, oltre un divano su cui riposarsi, c'era un citofono: era il modo per contattarlo e, per esempio, ricordargli che era tempo di pranzare. A volte, invece, bisognava aspettarlo un po' all'uscita della scuola. Non era molto affidabile quando in preda alla creatività del momento, per lui non esisteva altro, era totalmente concentrato sulla sua musica.

Il Sound Work Shop è stata una sorta di appendice di vostro padre.

A: Sì, lui viveva lì dentro, a volte si dimenticava persino di mangiare. Una volta si 'chiuse' nel Sound Work Shop per circa quattro giorni mentre noi eravamo al mare. Come al solito, nostra madre si preoccupò perché non riusciva a contattarlo in nessun modo, non rispondeva neppure al telefono. Fu così che chiese la cortesia al portiere di andare a controllare se papà fosse in studio.

E: Al suo interno, non c'erano solo strumenti 'd'avanguardia', ma anche la marimba acquistata in Messico o i tamburi recuperati in Brasile ma, per precauzione, non caricati nella stiva dell'aereo e posizionati in cabina dopo aver regalato al pilota una scorta di caffè. C'era un bel profumo a bordo.

Com'era la sua vita prima di attrezzarsi con il Sound Work Shop?

E: Papà lavorava da casa ed è sempre stato un appassionato di 'novità' tecnologiche. Ero piccola quando acquistò, forse, il suo primo sintetizzatore, il VCS3, che posizionò in salotto con tutti i suoi spinotti. Un giorno ci chiamò a raccolta per farci ascoltare il rumore del vento che era riuscito a replicare con l'apparecchio. Noi ci guardammo alquanto perplesse. Dopodiché, fu il turno del suono delle campane e di altri ancora. E noi, in coro e con sottile ironia, a esclamare “che belli”, senza comprendere quanto tempo avesse dedicato alla programmazione di uno strumento così complesso.

A: In effetti, si divertiva con poco ma, poi, elevò il livello delle sue composizioni elettroniche. Conserviamo anche le istruzioni dei sintetizzatori che acquistava e su cui prendeva appunti a mano.

Perché scelse degli pseudonimi bizzarri come Catamo, M. Zalla, Moggi, Rovi, Tusco e altri?

E: Per non inondare il mercato di sonorizzazioni con il suo nome e cognome, che preferiva forse che fossero associati al cinema, per avere più libertà e, addirittura, per non essere riconoscibile.

A: A dirla tutta, M. Zalla erano nome e cognome del direttore del manicomio di Firenze. Catamo era il cognome di un amico di papà che, però, si offese per averlo adottato come suo pseudonimo. Moggi, invece, il cognome del negoziante di via Trionfale da cui acquistavamo i nostri giocattoli.

E: In un'altra occasione, l'ispirazione lo colse sfogliando l'elenco del telefono, da cui estrasse un nomignolo. Da buon toscano, aveva anche assegnato soprannomi per coloro che lo circondavano.

A: Papà era così amico del signor Moggi perché, terrorizzato dal non poter lavorare in certi periodi della sua carriera, costrinse mamma ad aprire un negozio di giocattoli, a via Baldo degli Ubaldi. Era solito ripetere che nel caso in cui il lavoro fosse scarseggiato, la famiglia poteva fare affidamento sul negozio che, nonostante i suoi entusiasmi, durò circa un triennio, perché le vendite non andavano bene e mamma non lo amava particolarmente. Papà ebbe anche la non brillante idea di affidare la cassa a sua madre che, tra l'altro, sbagliava nel dare i resti e, per rimediare agli errori di calcolo, integrava con soldi estratti dal suo portafoglio. Insomma, con il signor Moggi c'era un certo feeling, derivante anche dai trascorsi di fiere in giro per l'Italia, a cui era sempre destinata mamma.

Il maestro avrebbe compiuto novantatré anni il 17 luglio. Progetti futuri in vista?

E: A prescindere da ricorrenze particolari, l'idea è ristrutturare lo studio. E c'è altro da riscoprire.

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